domenica 5 febbraio 2017

Vlad III l' impalatore: il Dracul della Valacchia


Rappresentazione di Vlad III 


Vlad III di Valacchia (nato il 2 Novembre del 1428/1431-1476/1477 non si è propriamente certi), è colui che tutti noi oggi conosciamo con il nome di Vlad Tepes (Vlad l'impalatore) o più comunemente Dracula.
Nasce a Segesvàr nell'allora principato di Erdèly da Vlad II, governatore della Valacchia e futuro principe di Transilvania e dalla principessa Cneajina, appartenente alla rinomata famiglia moldava dei Musatin.
Diversi anni prima, il padre aveva ottenuto un riconoscimento assai importante che segnò l'intera dinastia: il titolo di Cavaliere dell' Ordine del Drago da cui la famiglia assunse il nominativo di Dracul (in romeno "drago" o anche "diavolo").*Quest'ordine fu creato da Sigismondo, re d'Ungheria (e successivamente imperatore del Sacro Romano Impero) e sua moglie Barbara Cilli nel 1387, che aveva come scopo più importante, quello di proteggere il Cattolicesimo e lottare contro gli irrequieti Turchi. 
Così, il termine Draculea come egli stesso si faceva chiamare, significava letteralmente "Figlio del Drago" anche se, secondo il rumeno più moderno, assunse il concetto di "figlio del diavolo" (giravano voci infatti, che Vlad III, avesse fatto un patto con il demonio); l'irlandese Bram Stoker utilizzò questo appellativo per il suo romanzo gotico "Dracula" nel 1897. Un altro dei suoi "soprannomi" più usati era Vlad Tepes letteralmente "Vlad l'Impalatore", così chiamato per il suo metodo di esecuzione preferito; anche gli Ottomani si riferivano a lui con il nome di "Kazikli (Kaziglu) Bey" ovvero "Principe Impalatore".
Egli non era di statura altissima ma piuttosto forte e robusto con spalle forti che gli conferivano un aspetto crudele; possedeva un lungo naso dritto, narici larghe e un viso affilato e rossastro dove si incontravano due grandi occhi chiari, incorniciati da sopracciglia nere e folte che rendevano il suo sguardo ancor più minaccioso. Il suo viso era completamente rasato salvo per un paio di baffi lunghi e neri e le sue grosse tempie, facevano apparire la sua testa ancor più grossa, circondata da lunghi e ricci capelli neri.


 Vlad II e il voltafaccia verso i suoi figli


A sinistra Radu il Bello, a destra Vlad Tepes
Mentre il fratello primogenito Mircea (figlio preferito di Vlad II)  partecipava attivamente alle campagne militari affiancando suo padre in battaglia, il Sultano Murat II, avanzava irruento sui territori della Transilvania.
Vlad II, preoccupato per le sue sorti (la prigionia o addirittura la morte, non rientrava nelle sue fantasie più ambite), decise di piegarsi al volere del suo sultano e, come segno di fedeltà, scelse di affidargli in «ostaggio» due dei suoi figli ovvero Vlad III e Radu (terzogenito), senza aver nessuna cura delle loro sorti. In quegli anni trascorsi alla corte del Sultano Murat II, i due fratelli vennero disciplinati seguendo un'educazione turca: dall'arte della guerra, alla logica, 
alla fede musulmana,apprendendo di loro anche abitudini e regole della diplomazia. 
Partecipavano a maestosi banchetti conoscendo fin da giovani la lussuria appartenente agli Harem sia maschili che femminili.
Si dimostrarono parecchio interessati a ciò e a Radu, fu assegnato l'appellativo di "Bello", tant'è che il sultano stesso lo volle nel proprio Harem maschile.
Si crede che Vlad imparò anche la geografia, la matematica, le scienze, le lingue (slavo ecclesiastico antico, tedesco e latino), le arti classiche e la filosofia.
Quando nel 1447, in Transilvania, Vlad II e Mircea caddero in un'imboscata e persero la vita (il padre morì in battalia e suo fratello venne accecato con ferri roventi e sepolto vivo), ad appena sedici anni Vlad divenne il legittimo erede al trono valacco, Vlad III.
Essendo ancora prigioniero del sultano, decise di scappare dalla corte Turca e, secondo una fiaba del folklore rumeno, riuscì nella fuga grazie all'aiuto di Maometto II; *si travestì da ancella e scappò a cavallo, trottando tutta la notte per i boschi desolati della Transilvania, giungendo alla reggia paterna di Tirgoviste che purtroppo però, trovò occupato da un usurpatore.
Stanco per il lungo viaggio, trovò rifugio alla corte dello zio Bogdan in Moldavia,dove venne nuovamente istruito alla religione cristiana insieme al cugino Stefano (suo coetaneo, un uomo intelligente e di buon cuore) che diversi anni più tardi, dopo aver sconfitto l'usurpatore Aron in Moldavia, divenne il nuovo Re.

Nel 1454 finalmente Vlad III rientrò in possesso dei domini paterni e finalmente da quel momento poté ottenere la sua cruda vendetta.


L'impalatore
Si diffuse proprio in quegli anni, la sua fama di "Tepes", mettendo in pratica le torture e le sevizie apprese dai turchi. Prese addirittura ad organizzare feste e banchetti per "sbarazzarsi" dei suoi nemici e, successivamente alla loro morte impalati lasciati sui pali acuminati della propria foresta, restava a guardare la sua "opera" dall'alto della sua fortezza.
I supplizi non erano sempre gli stessi ma avvenivano a seconda del proprio umore o dell'importanza della sua vittima; solitamente i pali con la quale amava svolgere la sua attività di impalatore, avevano l'estremità appuntita (per trafiggere il succube all'altezza dell'addome e issarlo nella parte più in alto in attesa della sua morte che sia stata immediata o consumata in una lenta agonia) oppure con la punta arrotondata e cosparsa di grasso (l'asta veniva inserita nel retto in modo che il peso stesso del condannato a morte, la facesse penetrare all'interno del corpo). 
Per i ricchi e i mercanti invece, riservava un trattamento ancor diverso: per i primi, l'asta era più lunga e veniva ricoperta d'argento, per i secondi invece (che Tepes detestava particolarmente perché a detta sua, erano i colpevoli  del decadimento dell'economia della Valacchia) le stanghe avevano incise tacche direttamente nel legno per prolungare l'agonia dei mal capitati i quali i corpi, rallentavano nello scivolamento.
Circolavano tante storie all'epoca sui vari crimini commessi dal Principe di Valacchia; si racconta che durante un banchetto con vista su una foresta grondante di corpi impalati, Tepes ricevette la visita di un cronista dal Vaticano che si lamentò dell'aberrante vista e del fetido odore emanato dai corpi morti dei nemici di Vlad III.
Così quest'ultimo, colpito da tale offesa, impalò l'uomo sulla stanga più alta di tutte in modo che non fosse più disturbato dall'odore degli altri corpi.
Un'altra avventura vede come protagonista una scena volta al cannibalismo; si dice infatti che durante un banchetto 'ove partecipavano dei mercanti (che a suo dire gli avevano mancato di rispetto), alla fine del pasto ne fece sventrare uno e obbligò un altro, a mangiare il contenuto dello stomaco del primo. Di conseguenza venne fatto bollire e il restante fu abbandonato ai cani.
Non sono di certo mancati, a proposito di tal fatto, dei riferimenti a riti cannibalistici. 
Nel 1460, fece impalare 10.000 persone (anche se molti sostengono che il numero si aggiri intorno ai 20.000 o addirittura 30.000) in sole tre ore e non contento dell'atto appena compiuto, li fece cospargere di miele in modo che gli insetti ne venissero attratti e procurassero tormento maggiore alle vittime.
L'anno successivo arrivò un sultano turco a palazzo e, quando questi si rifiutò di levarsi il turbante (perché sarebbe stato un gesto irrispettoso verso la sua religione), Vlad diede l'ordine di inchiodargli il copricapo direttamente sulla testa.

Dracula e l'amore
Ben presto il nostro "Dracula", troverà anche l'amore; durante un ricevimento infatti, si innamorò perdutamente della contessa Valeria, la quale sposò in breve tempo prima di partire per conto del papa Pio II, contro l'Islam.
Nonostante Vlad riuscì a penetrare nel loro accampamento con il tentativo di uccidere il suo amico di prigionia turca, Maometto II, fallì e fu costretto a ritirarsi; quando fece ritorno al suo castello, scoprì una tremenda e orribile verità: la principessa Valeria si era uccisa gettandosi dalla torre del suo castello, cadendo fra le acque del fiume Arges, perché qualcuno le aveva riferito che suo marito fosse morto in battaglia.



Dipinto di Vlad Tepes rappresentate una battaglia
 Gli ultimi scontri e la morte
Dopo la perdita della sua amata consorte, Vlad III divenne ancora più sanguinario.
Maometto II assoldò Radu fratello di Vlad, per far spodestare quest'ultimo e quando ci riuscì, Tepes fu costretto a rifugiarsi in una grotta (insieme ad un modesto numero di suoi alleati) nei monti della Transilvania.
Più tardi, il principe di Valacchia verrà condotto in catene a Buda dove resterà prigioniero per 12 anni.
Nel 1476, dopo la sconfitta e la morte di Radu, Vlad può ritornare sul trono di Valacchia ma, durante l'ennesimo scontro contro i turchi, Dracula morì misteriosamente sul campo di battaglia.
Si dice che sia stata ucciso per sbaglio, scambiato per un turco e altri invece sostengono che fosse stato ucciso dagli ottomani  durante una battaglia e che la sua testa fosse stata inviata assieme alla sua spada a Costantinopoli come un macabro trofeo di guerra; un'altra ipotesi per assurdo invece, vede la morte di Vlad scaturita a causa di un morso di un pipistrello. Si presume che anche questa "diceria", possa aver contribuito ad aver alimentato sul suo conto, la vicenda del famoso Vlad-vampiro.
Molte sono le ipotesi su dove sia collocata la sua salma; secondo gli studiosi, il corpo di Vlad sarebbe stato bruciato mentre altri ritengono che fosse stato smembrato dai turchi sul campo di battaglia oppure a Istanbul. Nel 2014 sono state avviate delle ricerche che sostengono che il corpo di Vlad III, fosse in realtà custodito nella chiesa di Santa Maria la Nova nella città di Napoli dopo che sua figlia Maria (adottata da un nobile napoletano della famiglia Ferrillo), ebbe pagato il riscatto ai turchi per riavere la sua salma.

Tomba di Vlad III a Snagov

La teoria più accertata però è quella che crede che il suo corpo si trovi in un monastero nella città di Snagov; lì, vi è una tomba stranamente venerata dai monaci e da loro è considerata quella del nostro impavido Tepes.
L'avvenuta scoperta dello scheletro ha riscontrato che gli abiti che indossava erano in seta vermiglia, molto preziosi e al dito calzava un anello con inciso il simbolo del famoso "Ordine del Drago".
 Ancora oggi si sostiene che alcuni monaci si radunino in prossimità di quel tumulo e recitino alcune preghiere dedicate a Dracula al fine di "tenerlo a bada". 

C'era una volta...
Dissimili sono le storie tramandate nelle varie culture a proposito del nostro protagonista Vlad III.
La maggior parte di esse sottolineano la sua crudeltà per mezzo di atti brutali che l'hanno reso però famoso, in tutta Europa e non solo. 
Nei primi anni della diffusione dei "bestseller" in Europa, per aumentare le vendite furono pubblicati libri con xilografie raffiguranti delle scene orribili e ad esempio una di queste, rappresentava la sala con al centro un tavolo al quale era seduto Vlad circondato dai cadaveri morti sui pali.
Una leggenda racconta che Vlad avesse un grande recipiente di rame con un grosso coperchio di legno poggiato sopra, avente dei fori sulla parte superiore. Si diceva mettesse le povere vittime nel calderone portando nei buchi le loro teste per poi riempire la tinozza d'acqua e accendere sotto di essa il fuoco, lasciandoli così gridare fino a far fuoriuscire gli occhi dalle orbite e accompagnandoli infine, alla morte.
Inventò altre terribili torture e fece arrostire alcuni bambini obbligando le loro madri a mangiarli; in seguito tagliò i seni delle povere sventurate e, dopo aver costretto i loro mariti a cibarsene, li impalò.
La sua spietata sete di sangue, non risparmiava nessuno.
 Una delle leggende che hanno reso noto il suo mito del vampiro "Dracula", fu il racconto della mania del Principe, di impalare giovani vergini da cui veniva poi spillato via il sangue e conservato in delle ampolle nascoste fra i boccali di vino e di acquavite; talvolta pare che servisse il liquido ai suoi ospiti, ignari.
Fu per questo considerato nel tempo «uno psicopatico, un demente, un sadico. Un assassino raccapricciante e masochista» addirittura peggiore di Caligola e Nerone. 


Si dice possedesse un diario nella quale trascriveva ogni crimine da lui commesso esattamente come si vociferava per la sanguinaria contessa Elizabeth Bathory  la quale si pensa che abbiano potuto avere un legame fra loro che non fosse solo di natura sadica.
Non a caso infatti il "Dracula" descritto da Bram Stoker, lascia pensare che potesse aver attinto non solo dal temerario guerriero sanguinario Vlad III (giacché nel romanzo non vi è l'assoluta conferma che fosse lui), ma anche dalla sua terribile collega omicida.





"Voi mi credete sconfitto maestà, e senza alleati. In realtà ho un alleato molto influente, oserei dire di suprema potenza. Vi consiglierei prudenza perché noi non amiamo perdere".
-Vlad III, Principe di Valacchia.




A cura di Isabella Lilyaan Beaudonte







mercoledì 1 febbraio 2017

Gilles de Rais,da pedofilo omicida all'uxoricida Barbablù




Gilles de Montmorency-Laval barone di Rais (o Retz, o anche Raiz) più comunemente conosciuto come semplicemente Gilles de Rais, è stato un militare ma soprattutto ricordato come assassino seriale francese.
Con una carriera militare di tutto rispetto che lo vide acquisire il titolo di “maresciallo di Francia”, venne colpevolizzato di praticare la stregoneria e l’alchimia e non solo, l’accusa più grave fu quella di aver torturato, stuprato e ucciso almeno 140 fra bambini e adolescenti.


Origini Sulla data di nascita non vi è certezza ma si presume sia nato a Champtocé-sur-Loire , non prima dell’anno 1405, morendo più tardi a Nantes, il 26 Ottobre del 1440. A soli undici anni, rimase orfano di entrambi i genitori (il padre fu ucciso durante una battuta di caccia, da un cinghiale e sua madre invece, morì di malattia) e per questo fu affidato al nonno materno, Jean de Craòn .
Sposò un'ereditiera, Catherine de Thouars, il 30 Novembre 1420. Nel 1427, guadagnatosi il favore del Duca di Bretagna, fu ammesso alla corte francese ‘ove Gilles servì Carlo VII di Francia, come comandante nell'esercito reale combattendo al fianco di Giovanna d’Arco contro gli inglesi e i loro alleati borgognoni durante la Guerra dei Cent’anni, per la quale fu appunto nominato, Maresciallo di Francia.
Circondato dal lusso, dagli spettacoli teatrali da lui stesso finanziati, dall'arredamento sfarzoso, le feste, i banchetti, i pagamenti donati ai suoi amanti, l'acquisto di manoscritti costosi e persino la costruzione di una cappella privata per ingraziarsi i favori della Chiesa, Gilles de Rais, dissipò in poco tempo l'eredità lasciatagli da suo nonno finendo sull'astrico e adottando per questo dei metodi, affinché non rimanesse del tutto "asciutto". Per questo motivo sua moglie lo lasciò, suo fratello mise al riparo il castello di Champtocé-sur-Loire e la sua famiglia, chiese al Re di indurre un'interdizione nei suoi confronti.




Occultismo
In quel periodo Gilles de Rais volle approfondire il suo interesse per l' Occultismo e affidò a Eustache Blanchet, il suo cappellano, di procurargli degli alchimisti ed evocatori di demoni.
Blanchet si recò in Toscana dove a Firenze, incontrò Prelati (un giovane monaco impegnato appunto nell' occultismo) che in seguito, portò in Francia nel 1439.
Prelati, che aveva come scopo di ottenere la famosa "pietra filosofale", convinse de Rais di avere al sevizio un demone personale di nome "Barron" e proprio il primo esperimento fu quello di evocarlo.
La storia racconta che dopo tre tentativi nei quali il presunto demone non apparve, Prelati riferì al suo padrone, che il presunto demone era infuriato e per questo motivo, richiedeva il sacrificio di un bambino; così de Rais, avrebbe fornito al monaco e secondo lui a Barron, le parti del corpo di un bambino riposte in un recipiente di vetro.
De Rais abusava soprattutto dei bambini di sesso maschile ma non trascurava nemmeno le femmine.
Vi erano sparizioni sempre più frequenti e numerosi e quei poveri bambini, venicano sempre più abusati, torturati e infine, uccisi.
In qualsiasi posto Gilles de Rais passasse, mieteva delle vittime e a causa di ciò, si elevarono sempre più storie riguardo un rapitore di bambini e delle donne-streghe che lo aiutavano. Le vittime erano in maggioranza poveri che chiedevano l'elemosina oppure figlie di famiglie modeste che venivano presentati al barone... tutte povere vittime, ignare del fatto che la loro morte, sarebbe stata così atroce.
E malgrado ciò, non vi fu mai alcun risultato positivo con il sacrificio di quelle povere anime e gli esperimenti occulti lo lasciarono con l'amaro in bocca e gravemente impoverito.
Il maresciallo di Francia, arrivò addirittura ad condurre un atto di violenza contro un canonico durante la messa di Pentecoste, nel 1440.
E per questo motivo, il vescovo di Nantes, aprì un'inchiesta nei confronti di de Rais accusandolo più tardi di essere "un assassino, un perverso, un servo del Demonio e colpevole di altri delitti immondi commessi nei territori della giurisdizione".





Processo
 Il 28 Settembre del 1440, Gilles venne processato insieme ai suoi "complici"; deposero dieci capi d'accusa a suo carico e tutti ne lamentavano la scomparsa di bambini attribuendone il loro rapimento, a Perrine Martin detta "la Meffraye" che venne imprigionata a Nantes.
Il 13 Ottobre il processo riprese e i capi d'imputazione ammontavano a ben 49: il maresciallo di Francia insieme ai suoi complici, fu accusato del rapimento di numerosi bambini (si stima un quantitativo di almeno 140) e non solo, secondo alcune fonti egli li avrebbe violentati, uccisi e smembrati nel modo più atroce per poi donarli al fuoco, come sacrificio a dei presunti demoni.
Inizialmente Gilles de Rais non la prese molto bene: con violenza, si gettò contro i giudici accusandoli di volerlo processare per appropriarsi dei suoi beni materiali e per questo motivo, il vescovo e l'inquisitore, lo minacciarono di scomunica.
Dopo 48 ore di tempo, de Rais confessò i suoi crimini: i primi assalti sui bambini, avvennero tra la primavera del 1432 e quella del 1433. I primi omicidi si verificarono a Champtocé-sur-Loire dopodiché egli, si trasferì a Machecoul dove vi fu il "record", dei suoi omicidi. Dichiarò di aver ucciso e fatto uccidere un incerto numero di bambini dopo averli sodomizzati. Circa quaranta corpi di bambini, vennero ritrovati a Machecoul nel 1437.
Il 25 ottobre, in nome del vescovo e dell'inquisitore, Gilles de Rais fu dichiarato colpevole di apostasia, invocazione demoniaca e, a nome del solo vescovo, venne colpevolizzato di sodomia, sacrilegio e violazione dell'immunità della Chiesa.*
Venne giustiziato il 26 ottobre insieme ai suoi due servitori e complici Henriet Griart e "Poitou"; dapprima venne assolto dai peccati commessi e in seguito, fu impiccato e lasciato al rogo.



Da pedofilo "stregone" e assassino, a Barbablù
Uno storico definì Gilles de Rais come "la bestia della distruzione" poiché note e terribili da descrivere, le sue scene di sesso, sadismo e morte vennero riportate negli atti processuali.
Un particolare raccapricciante del maresciallo assassino, era che, nel momento in cui osservava le sue vittime in punto di morte, la sua risata orribile riecheggiava nella stanza, come un segno indelebile che non andrà mai più dimenticato.
Ma se questo è ciò che vive realmente nei racconti storici, un'altra storia che vede protagonista proprio Gilles de Rais, è quella di Barbablù.
Charles Perrault, uno stimato letterato di Parigi, che nel 1697, pubblicò il piccolo volume dal titolo:"Contes de ma mère l'Oye, ou Histoires du temps passé" che narrava diverse favole ottenne ancor più prestigio, proprio grazie al racconto di Barbablù.
Ricordiamo tutti immagino, la sua storia: *un ricco ma non attraente uomo, con una folta barba blu -che all'epoca, provocava disgusto nelle donne-, che aveva avuto sei matrimoni nei quali ogni sua consorte era improvvisamente sparita senza lasciar traccia. Successivamente aver sposato un'altra giovane donna, non passa molto tempo che Barbablù annuncia alla nuova moglie, di doversi assentare per lavoro; dopo averle mostrato l'intera villa e averle messo a disposizione ogni cosa, le consegna un mazzo di chiavi 'ove è libera di usare ogni cosa e aprire ogni stanza tranne la camera segreta aperta da una piccola chiave.
Naturalmente la donna spinta dalla curiosità, aprirà quella stanza proibita scoprendo i corpi morti delle precedenti mogli di Barbablù che, tornando più tardi dal viaggio, lo scoprirà e minaccerà di ucciderla. Con l'aiuto di sua sorella e dei suoi fratelli però, riesce a sopravvivere e, una volta che i suoi fratelli avranno ucciso il marito, essa vivrà una vita felice e nella ricchezza, con un altro nuovo sposo.*
Nel corso degli anni, sono state fatte diverse analisi considerando il racconto di Perrault avente un fondo di verità e di conseguenza si cercò di individuare chi realmente si celasse dietro la maschera di Barbablù.
Se inizialmente si pensò a Enrico VIII (avendo avuto sei mogli e avendone uccisa qualcuna),Ernesto Ferrero nel libro "Barbablù. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo", mette in relazione la figura dello sposo assassino, con quello di Gilles de Rais accusato della sparizione e dell'omicidio di bambini. Secondo Ferrero, nel corso dei secoli, la fiaba è stata in qualche modo trasfigurata nelle sue vittime -o dai narratori popolari o da Perreault stesso- poiché ritenuta irriferibile realmente, ad un pubblico di uditori bambini.


Che Barbablù sia oppure no il famigerato Maresciallo di Francia, Gilles de Rais è ritenuto uno degli assassini più crudeli di quegli anni come il caso di Elizabeth Bathory .
Tuttavia, l'antropologa Margaret Murray e l'occultista Aleister Crowley, sono fra coloro che hanno messo in discussione la partecipazioni delle autorità ecclesiastiche e laiche nel caso. Margaret Murray ha propagato l'ipotesi che Gilles de Rais fosse stato davvero una sorta di stregone aderente ad un culto incentrato sulla dea della fertilità pagana Diana.
La maggior parte degli storici però, rifiutano questa teoria e non considerano Gilles de Rais, come un martire di una religione pre-cristiana.




Note
*Il primo caso di un rapimento e omicidio, fu a sfavore di un ragazzo di dodici anni chiamato Jeudone; due cugini di de Rais, chiesero al pellicciaio per il quale Jeudone lavorava, di "prestargli" il ragazzo per mandare un messaggio a Machecoul e, quando il ragazzo non fece più ritorno, i due, dissero che non avevano idea di dove fosse il ragazzo ma che probabilmente, era stato portato via dai ladri a Tiffauges.
*Jean Benedetti, raccconta nella sua biografia del 1971, come i bambini cadessero nella mani di de Rais e messi poi a morte.
In questo caso, vediamo "protagonista" un bambino:
"Il ragazzo è stato coccolato e vestito con i migliori abiti che avesse mai conosciuto.
La serata iniziò con un grande pasto e c'era molto da bere. Il ragazzo è stato poi portato in una stanza al piano superiore a cui sono stati ammessi solo Gilles e i suoi collaboratori e lì, capì la vera natura della situazione. Il ragazzo così sotto shock, fu alla vista di Gilles, una grande fonte di piacere.



A cura di Lilyaan Beaudonte








Nella sua biografia del 1971 Gilles de Rais, Jean Benedetti racconta come i bambini che sono caduti nelle mani di Rais furono messi a morte:

[Il ragazzo] è stato coccolato e vestito con abiti meglio di quanto avesse mai conosciuto. La serata è iniziata con un grande pasto e bere pesante, in particolare Ippocrate, che ha agito come uno stimolante. Il ragazzo è stato poi portato in una stanza al piano superiore a cui sono stati ammessi solo Gilles e il suo immediato cerchio. Ci è stato confrontato con la vera natura della sua situazione. Lo shock così prodotto il ragazzo era una prima fonte di piacere per Gilles.
Il 25 ottobre fu emessa la sentenza: in nome del vescovo e dell'inquisitore Gilles de Rais fu dichiarato colpevole di apostasia e invocazione demoniaca; a nome del solo vescovo fu dichiarato colpevole di sodomia, sacrilegio e violazione dell'immunità della Chiesa.[2]
Il 26 ottobre de Rais, insieme ai due servitori e complici, Henriet Griart e "Poitou", fu giustiziato mediante l'impiccagione e il rogo, ma non prima di ricevere l'assoluzione dai peccati commessi. Chiese ed ottenne di venire tumulato nella cappella dei Carmelitani di Nantes, luogo di sepoltura dei duchi di Bretagna.[2][7]
La vicenda giudiziaria non si estinse con l'esecuzione: da una lettera di Carlo VII del 1442 si apprende che Gilles de Rais aveva inoltrato appello al re e al Parlamento di Parigi, senza che ciò venisse tenuto in conto dai giudici; poiché i familiari volevano dar seguito alla cosa, Pierre de l'Hôpital, presidente del tribunale di Bretagna, e gli altri giudici, erano chiamati a comparire davanti al Parlamento. In una seconda lettera del sovrano il Parlamento e i balivi di Maine, Angiò e Turenna vengono chiamati all'apertura di un'inchiesta sulle circostanze della condanna. Le lettere furono redatte ma mai spedite: si ignora il motivo, tuttavia è significativo il solo fatto - per quel che attiene le accuse a Gilles de Rais - che Carlo VII le abbia scritte.[2]

lunedì 16 gennaio 2017

Edward Mordake e il secondo volto


V'esistono tante storie, che albergano il mondo.
Vi sono tante leggende, che vengono tramandate con gli anni.
La parola arriva così in lontananza, che successivamente diviene sottile il confine tra fantasia e realtà.
E questo è il caso di Edward Mordake.
Le fonti su quest'uomo son scarse, per cui c'è davvero poco da dire e sapere.
Comunemente chiamato Edward Mordrake (con la r dopo la d), fu un uomo popolare verso la fine del XIX secolo, perché aveva una malformazione fisica e a causa di ciò, si diceva, possedeva due volti: uno normale, comune come tutti i comuni mortali e un altro dietro la nuca.
Le prime notizie di Mordake risalgono ad un articolo del Boston Post del 1895, scritto da Charles Lotin Hildreth. L'articolo descriveva vari casi sui cosiddetti ''mostri umani'' o meglio conosciuti, ''freaks'' e tra essi, c'era proprio la storia di Mordake, l'uomo con due facce.
L'uomo affermò di aver trovato tali casi in vecchie relazioni del Royal Scientific Society.
Non è chiaro se realmente quella società esistesse o se la storia fosse realmente reale, ma i giornali pubblicarono lo stesso quest'articolo per incrementare la sua storia.
Le informazioni che si hanno, non sono ben dettagliate.
Si presume che Mordake appartenesse ad una nobile famiglia vivente nel periodo vittoriano e che fosse un grande estimatore di musica. 
Nel 1896 l'enciclopedia medica ''Anomalie e curiosità sulla medicina'', menzionarono proprio questo astruso caso, non definendo però nessuna diagnosi medica riguardo alla deformità del viso di Mordake. Tuttavia, questa deformità venne definita come una forma di ''craniopagus parasiticus'', ovvero fu causata dalla presenza di un gemello parassita senza un corpo sviluppato. 



L'aspetto più inquietante di ciò, fu che venne considerato un ''volto demoniaco''.
Il volto infatti, non era munito di parola, ma si piegava in singolari smorfie; non parlava, non gridava, ma ''sorrideva quando Edward era felice e sogghignava quando Edward piangeva''.
Mordake più volte supplicò i medici di rimuovere quel viso del demonio, perché ogni notte, diceva, gli sussurrava cose, cose che solo nell'inferno si sarebbero dette, ma nessuno dei dottori acconsentì mai alla sua richiesta.
Rassegnato, avendo subìto una vita triste e tormentata, Edward Mordake si suicidò a soli 23 anni. 
Una prima versione della storia, sostiene che Edward si tolse la vita avvelenandosi, l'altra che lo fece puntandosi una pistola tra gli occhi.
Prima del suo tragico suicidio però, Edward richiese che gli venisse asportato il secondo volto definitivamente, per una buona volta, perché, asseriva, dopo ''l'avrebbe tormentato, quel maligno, anche nell'aldilà, senza lasciargli quiete''.
Dopo la sua morte, Mordrake fu soggetto di omaggi, tra cui la canzone ''Pool Edward'' di Tom Waits, il romanzo ''Mordake'' di Irene Gracia, un thriller americano ''Edward Mordrake'' (basatosi sulla sua vicenda) e, infine, ad egli son stati dedicati tre episodi della serie American Horror Story: Freakshow, dove tra i Freaks, appare proprio Edward Mordake e la sua seconda testa demoniaca.
Una vita amara la sua, costretto a dover convivere con una deformità che lo rendeva differente, malato, mostro (come Joseph Merrick, l'uomo elefante o Pasqual Pinon), che lo differenziava da una società a cui non apparteneva, che lo denigrava.
E, come se non bastasse, quella stessa deformità aveva vita propria, e lo tormentava Edward, lo percuoteva e lo perseguitò, fino a portarlo al drammatico epilogo.



La faccia del demonio
Son giunto in un tempo futuro in cui ciò che è remoto non può più persistere.
Son giunto fin qui e non ne ho più la minima forza, io. 
M'è così arduo, possibile? V'è una bestia in me, una belva feroce assetata di sangue e non smetterà di mordere neanche questa volta: non questa notte.
La bestia s'abbevera di me e non mi rimane alito in corpo, sangue in vena.
E' un tormento troppo astruso e grande, per un misero giovane come me.
Ogni dì m'assesto, m'alzo e sveglio e m'isso dal mio letto, quando il mio desiderio più grande e desiderabile non è altro che restar lì, in attesa che la morte sopraggiunga e mi doni libertà.
E' l'unica speranza per me, poiché tutto è divenuto vano. 
E lo sento, sogghignar, rannicchiato dietro al mio capo. Mi solletica la nuca con la sua lingua di fuoco e coi suoi denti morde prendendomi in una morsa sanguinolenta. 
Non v'è scampo per me. Il demonio mi sorge accanto e con me s'addormenta la notte.
Non vuole abbandonar queste membra ormai spoglie e fa di me la sua preda preferita, la sua calorosa vittima. 
Prendo il boccettino, deciso, la mia piccola ampolla di salvezza. Mi inebrierà e farà sì che le mie brame non saranno state vane, perché il dolore sarà valso la pena.
Straziato, sbudellato, in preda alla smania voglio liberarmi del Diavolo, che con le sue corna aguzze mi solletica il cranio e mi manda in belva. Un animale che genera un altro animale.
E la stanchezza m'avvale... che ci posso fare?
Bevo ingurgitando tutto quel liquido amaro e mi rende sazio. 
I minuti son trascorsi e la sento, che sta arrivando.
Mi sta salutando da lontano e sta prendendo a bastonate il volto del demonio.
Finalmente qualcosa me lo sta portando via, via da me.
Non mi farai più del male, antro demoniaco, non mi scaverai i tuoi denti nelle carni, non infesterai mai più i miei incubi la notte.
Non mi ruberai più l'amara vita.
Ed ecco, la libertà.

 A cura di Caroline Darko

mercoledì 11 gennaio 2017

Elizabeth Bathory, tra leggenda e realtà






Quando vi si ritrova a parlare di "Serial Killer", non ci si riferisce ad un fenomeno che appartiene solo all'età moderna, bensì anche alle epoche più remote; assassini ricordati ancor oggi con leggende popolari come Gilles De Rais (militare e assassino seriale francese, più comunemente conosciuto con il nome di "Barbablù"), Vlad III ( il conte della Valacchia che impalava i turchi) ed Elizabeth Bathory (la Contessa Sanguinaria), hanno ispirato libri, film e tant'altro. 
In questo articolo ci soffermeremo sulla Bloody Countess a cui hanno dedicato non solo romanzi e pellicole cinematografiche ma anche dipinti, canzoni e numerosi siti horror così da renderla un vero e proprio mito conosciuto in gran parte del mondo. 





Erzsébet Báthory (7 agosto 1560 – Čachtice, 21 agosto 1614), più nota conosciuta come Elizabeth Bathory o Elisabetta Bathory, soprannominata la Contessa Sanguinaria, (da taluni, anche Contessa Dracula) è considerata la più famosa assassina seriale sia in Slovacchia che in Ungheria e una delle serial killer più temibili. Ma non fu sola a compiere tali misfatti: al suo fianco, vi erano altri quattro collaboratori accusati di aver torturato e ucciso brutalmente centinaia di giovani donne. Ad oggi, si contano le vittime tra le 100 (accertate) e altre 300 di cui si aveva già il sospetto all'epoca; gli storici si avvalgono di questa stima anche se, secondo un diario trovato durate la perquisizione in casa della contessa, si conterebbero 650 vittime e ciò farebbe di lei, la peggiore serial killer mai esistita. 
Origini 
Nacque nel 1560 a Nyìrbátor, un villaggio nel nord-est dell'attuale Ungheria e venne in seguito allevata in Transilvania (ora Romania) ad Ecsed, la proprietà di famiglia. 
Già dalla giovane età, la Contessa assistette alla condanna di uno zingaro, che venne lasciato vivo e ricucito nel ventre di un cavallo ormai deceduto, lasciando fuori solamente la testa. 
All'età di 13 anni invece, ebbe un incontro con suo cugino, il principe di Transilvania, e assistette ad una violenta tortura rivolta a 54 sospettati accusati di aver istigato una ribellione di contadini; la pena, consisteva nel tagliare loro naso e orecchie.  
A 15 anni, sposò Ferenc Nádasdy (di sette anni più grande di lei) e andò a vivere nel suo castello a Sárvár, presso il confine austriaco. 
Qualcuno che sicuramente non frenò la frenesia della donna sanguinaria, fu proprio il suo sposo: si diceva di lui, che fosse crudele e spietato e un abile spadaccino. 
Ferenc aveva in compito di disciplinare la servitù e i suoi brutali modi di fare, vennero in seguito considerati fra i più sadici praticati fino ad allora. 
Per mantenere l'ordine, aveva addirittura trascritto un decalogo riguardante i differenti castighi corporali che avrebbe personalmente inflitto, in caso di mancato rispetto degli ordini; picchiare i domestici crudelmente con un bastone, era la più dolce delle punizioni da lui praticate. 
 Alcune delle sue attività, consistevano nell'usare dei grossi spilloni in ferro per serrare la bocca alle ragazze più disubbidienti: essi venivano conficcati e fatti passare dal labbro a labbro e contemporaneamente le unghie e le carni di queste ultime, venivano riempite da piccole e sottili schegge di legno acuminate. 
Una delle sue torture preferite, era quella di cospargere il corpo di una serva completamente nuda, lasciandola legata poi a un palo vicino alle arnie di sua proprietà.

La nascita del male 
Elizabeth Bathory in ''Stay Alive''.
Giacché però Ferenc, era spesso lontano da casa a causa delle lotte contro i Turchi, la Contessa, trascorreva il suo tempo con la sua beneamata zia , la contessa Karla nota per la sua bisessualità (che amava infliggere torture devastanti alla servitù e in particolari agli uomini troppo dotati), partecipando anche, alle orge organizzate da quest'ultima.Avendo fin da bambina assistito a sadiche torture, per Erszébet assistervi e praticare essa stessa del male al prossimo, era divenuto "normale" e addirittura, esilarante. 
Grazie alle sue importanti amicizie con ricchi e rilevanti signori della zona, Klara aveva sempre a disposizione un vasto conteggio di ragazze per la casa e lì, Elizabeth assieme alla sua adorata zia, dava sfogo a tutta la sua deviata libido. 
Le sue pratiche occulte però, ebbero inizio quando conobbe Dorothea Szentes, un'esperta di magia nera che non fece altro che incoraggiare Erszébet, ad andare fin in fondo con le sue attività sanguinarie e violente utilizzando modi sempre più insani. 
Furono proprio Dorothea (conosciuta come Dorka), il suo servo ThorkoHelena Jo -la balia- e Katarina Beneczky una lavandaia, a insegnare ad Erszébet la stregoneria. 
Si sostiene inoltre che una misteriosa donna di nome Anna Darvulia - probabilmente una delle tante amanti della Bloody Countess- tra gli anni 1604 e 1610, le abbia insegnato molte tecniche innovative di tortura. 
Quando Anna dopo rimase cieca, decise di abbandonare la corte della sua padrona lasciando però il suo "lavoro" a quest'ultima, Helena Jo e Dorka che, intanto, avevano carpito bene ogni insegnamento disumano della donna. 
Con la morte di Darvulia, Elizabeth Bathory- giunta sulla quarantina d'anni - , era divenuta ancor più spietata. 
Erzsébet tentava di trovare ogni qualsivoglia scusa, per punire le sue serve e ciò che riteneva un affronto peggiore degli altri, era la fuga e la punizione, era quasi sempre la morte. 
Si racconta che una sera, una fanciulla di circa dodici anni di nome Dora, riuscì a fuggire semi - nuda da quello sventurato castello ma purtroppo per lei, venne presa subito dopo e condotta dalla contessa dove trovò una morte straziante; la ragazza fu condotta in una gabbia a forma di cilindro, dalle misure sproporzionate sia per restarvi in piedi, che per accovacciarsiLa gabbia venne poi sollevata dal terreno tramite delle girelle e spinta contro dei paletti molto appuntiti mentre  il fedele Ficzko (un nano pervertito e pedofilo al servizio di Elizabeth) manovrava le corde in modo che l'oscillazione di quella trappola infernale, riducesse la povera Dora in mille pezzi. 
E ancora, lei e il suo sposo, lasciavano correre fuori in cortile, delle povere donne tutte molto giovani, denudate nel pieno dell'inverno e lasciate tali, nel cortile del castello proprio sotto la loro finestra e successivamente, ordinavano di versare acqua su di loro e per le ragazze purtroppo non vi era scampo: la loro morte consisteva nell'assideramento. 
Una volta parve loro che una delle serve, si fosse finta malata così disposero dei pezzi di carta impregnati di olio, fra le dita della povera sfortunata e vi appiccarono il fuoco. 
Nessuno più osò dichiararsi ammalato. 


Ma ciò che rese "famosa" la Contessa, tanto da rendersi conosciuta in tutto il mondo, non fu tanto la perversione quanto la bramosia nel torturare e vessare la povera servitù, ma la sua sete di sangue. Letteralmente.
Si racconta che il giorno in cui una delle donne di basso ceto le spazzolava i capelli, per sbaglio ne tirò con forza qualche ciocca ed Elizabeth, le schiaffeggiò una guancia nella mano in cui faceva bella mostra il suo grosso anello; dalla gota di quella giovane fanciulla, colò un rivolo di sangue che finì sulla mano della contessa.
Ella giurò che precisamente nel punto in cui il liquido aveva toccato la sua pelle, essa era rinvigorita, tornata "giovane".
Da quel giorno, la follia della Bathory crebbe a dismisura.
Cominciò ad attirare le figlie dei contadini, con vantaggiose offerte di lavoro -come schiave del castello - ben retribuite.
Nell'anno 1609, istituì invece, una sorta di "accademia" che aveva come scopo apparente, l'educazione delle giovani donne appartenenti alle famiglie più agiate.
Le torture continuavano, ed ella fu sempre e continuamente più incauta.
Perlopiù le sue vittime venivano spogliate, incatenate poi a capo in giù e in seguito, seviziate.
Uno dei suoi complici, testimoniò dicendo che in alcuni giorni, la donna ordinava di far distendere delle fanciulle "innocenti" appena adolescenti, sul pavimento freddo della sua camera con l’intenzione di torturarle. 
I servi, qualche ora più tardi, dovevano ripulire tutto il sangue e per svuotare la stanza da quel liquido fiotto e dallo scroscio di un torrente in piena, dovevano usare dapprima dei secchi di legno molto grossi e in seguito, coprire con della cenere, le chiazze scure rimaste sul pavimento.
Ancora, fu accusata anche di cannibalismo, pur non essendo certi del fatto che la Contessa, oltre che seviziare le fanciulle, se ne nutrisse.
Difatti, in una mattina qualunque, chiese alla sua fedele collaboratrice Dorka, di portarle una ragazza giovane e corpulenta in camera.
Quando la fanciulla vi entrò nuda, trovò Erzsébet completamente svestita e, come un cane feroce, le saltò addosso azzannandole una guancia. Appena le fu dietro la schiena, continuò a lacerarle la pelle colpendo la spalla  e non si fermò neanche quando la povera donna, svenne. 
Quella mostruosa "opera", la vista della Contessa completamente ricoperta del sangue di quella sventurata ridotta cibo per cani, fu disumana anche agli occhi di Dorothea Szentes .
Erzsébet non prese soltanto a bere il sangue delle sue vittime, ma, dopo essersi fatta costruire personalmente una tinozza con ossa umane essiccate, ne fece frequenti bagni utilizzando ciò che per lei, rappresentava il nettare divino in grado di donargli la giovinezza eterna tanto ben agognata da ogni donna.
Si narra che la Contessa, abbia fatto costruire una geniale macchina di tortura chiamata"Vergine di Ferro" (si presume l'antenata della Vergine di Norimberga), dall'aspetto di donna con dei lunghi capelli biondo-argenteo che giungevano quasi fino ai piedi.
L'apparecchio infernale si azionava ogni volta che una ragazza le si accostava: la Vergine di Ferro, alzava le braccia stringendola mortalmente mentre dei coltelli acuminati fuoriusciti dal petto, la trapassavano da parte a parte.





La condanna 
Il 30 Dicembre 1610, il Re Mattia D'Asburgo, inviò degli uomini per conto della Chiesa Cattolica,alla dimora della Bloody Countess per indagare sui crimini.
Sebbene non fosse certo che Elizabeth fosse stata catturata in atto di tortura, c'è una piccola evidenza che lo supporta realmente: inizialmente Thurzò (uno degli uomini inviati dal Re), dichiarò che gli ospiti della Bathory e la gente del villaggio la colsero in flagrante. 
Tuttavia, venne arrestata e detenuta prima della presentazione delle vittime. 
E' più probabile che l'idea di Thurzò che scoprì Bathory coperta di sangue, sia stata romanzata.
Ficzko, Dorka, Katarina -la lavandaia- ed Helena Jo furono anch'essi processati.
Dichiararono che il numero dei corpi torturati oscillavano dai 45 ai 60.
Un quinto testimone di nome Zusanna, descrisse accuratamente tutte le torture inflitte da Helena Jo, Dorka e Ficzko e chiese la misericordia per Katarina.
Secondo tutte le altre testimonianze, la Contessa fu anche accusata di rapimento.
Fra le atrocità descritte più costantemente, furono incluse le gravi percosse, bruciature e la mutilazione delle mani, oltre a mordere la carne dai volti, alle braccia e alle altre parti del corpo, infine l'ipotermia o semplicemente, morire di fame. 
Anche l'uso degli aghi di cui perfino Ferenc faceva uso per "giocare" con le sue vittime, fu menzionato dai collaboratori in tribunale.
Tutti a parte uno dei suoi collaboratori, testimoniarono contro la Bathory.
Le prime ad essere sentenziate, furono Helena Jo e Dorothea Szentes, le autrici materiali in correlazione con Elizabeth dei più terribili misfatti.
Ad entrambe, vennero amputate le mani con delle tenaglie roventi, poiché dichiarate «strumenti di tortura e intrise del sangue delle innocenti cristiane»; i loro corpi invece, vennero gettati vivi nel fuoco considerato «purificatore».
Ficko, considerato meno colpevole delle due, fu decapitato, e il suo corpo bruciato.
Katarina, fu l'unica ad essere assolta dalla pena di morte poiché ella, si limitava a nascondere le carcasse delle adolescenti uccise e, a volte, cercava rischiava la vita per dar loro da mangiare.
Dopo il processo  eressero una forca rossa nei pressi del castello come dimostrazione al pubblico che giustizia era stata fatta.
Elizabeth, non seguì il medesimo supplizio dei suoi collaboratori: ella venne murata viva in una serie di camere nel castello di Čachtice, con solo piccole fessure lasciate aperte per la ventilazione e il passaggio del cibo.
Rimase lì per quattro anni, fino al giorno della sua morte.
La sera del 21 Agosto 1614, Erzsébet Bathory, si lamentò con la guardia dicendo che le sue mani, erano fredde; egli le risposte "Non è niente, Contessa. Basta andare a sdraiarsi".
Il giorno seguente, trovarono il suo corpo morto.
Non si sa ancora chiaramente dove sia stato seppellito il suo corpo.




Teorie a sostegno di Erzsébet
Alcuni scrittori, sostengono che Elizabeth Bathory, sia stata vittima di una cospirazione e il tutto si ritroverebbe coerente con la storia ungherese di quel momento.
Qualsiasi tentativo però in grado di dimostrare che ella fosse innocente, veniva di colpo smentito dal fatto che, furono in 300 a testimoniare contro di lei ed almeno 96-99 di loro, sostennero di essere stati molestati mentalmente.
Le prove fisiche raccolte dagli inquirenti nel momento in cui Thurzò entrò al castello, sono però discutibili: si sostiene infatti che egli, esagerò e travisò un bel po' la situazione nella quale si trovava la Contessa al momento del suo arrivo.
Dal momento in cui Ferenc, morto nel 1604, lasciò che sua moglie diventasse molto potente e nel 1607 il principe Gábor Bathory nipote della stessa Contessa, venne eletto Principe di Transilvania, Thurzò ebbe come una discesa politica: non ne trasse alcun beneficio anzi, ciò fu tutto a suo scapito e di conseguenza le teorie sul complotto non dovrebbero essere del tutto scartate.



Conclusioni 
Come trascritto in precedenza, vi sono tanti racconti tramandati nel tempo, ispirati alla Serial Killer più crudele di quel tempo e si pensa addirittura che fu lei, a ispirare Bram Stoker, per il suo "Dracula" essendovi anche, molte congruenze fra essi.
Che sia stata spietata o no, resta il fatto che Erzsébet, fosse una donna con seri disturbi mentali dovuti anche geneticamente a causa della consanguineità familiare (suo padre aveva sposato sua cugina), e nessuno ha mai tentato di farle comprendere che ciò che stava commettendo, fosse un atto barbaro e disumano che l'avrebbe condannata in fine, a una morte solitaria e infelice.
Si circondò di persone perverse e sadiche e non ebbe mai la volontà di tirarsi indietro.
Mi piace pensare a lei come ad un infante alla quale non è mai stato insegnato il rispetto per la vita altrui, cresciuta senza principi e valori importanti, bensì abituata alla sofferenza e alla crudeltà che l'hanno indotta in conclusione, ad essere ciò che tutti noi ora consideriamo, la malvagia "Contessa Sanguinaria".
Sebbene gran parte delle trascrizioni riportate su Elizabeth, siano state romanzate e tramandate diversamente nel tempo, ciò che permane è senza dubbio il fatto che vedesse il sangue, come una linfa vitale, l'ambrosia capace di destarla dalla situazione umane e comune, quale la vecchiaia.

Fu detto della Contessa, che ella teneva un diaro nella quale sarebbero contate almeno 650 vittime rispetto a quelle riportate, e non solo.
In una di quelle pagine è riportato: "
«Una giovane domestica non è riuscita a sopportare che la sverginassi con un palo di frassino e così è crollata subito, rapidamente è morta. Effettivamente era troppo piccola»."





*Erzsébet verso i 18-19 anni ebbe una figlia illegittima che venne affidata poi ad un contadino.Fu una madre molto protettiva ed ebbe anche molti altri figli.



 A cura di Lilyaan Beaudonte